| A Tebaldi Festival A review from Gramophone,
June 1997 (Renata Tebaldi: Songs and Arias, Decca 452 472-2, is also reviewed
here)
Unlike her contemporary and
erstwhile rival, Maria Callas, Renata Tebaldi had
a career that never swerved from a sensible path
through the roles that suited her dramatically
and vocally. At the same age that Callas lost her
voice and her career, 41, Tebaldi took a year off
from performance and ‘re-made’ her
voice, emerging with a much-strengthened lower
register, with which she triumphed on stage and
disc as Ponchielli’s La Gioconda in 1966. A
couple of years later, experimenting in the
recording studio after the sessions for La Wally,
Tebaldi and Fausto Cleva cut five tracks which
some witty publicist might have given the title
"Renata Tebaldi sings Maria Callas"
– from Norma, I puritani, La sonnambula,
Nabucco and Don Carlo, all Callas trademark
arias. These have remained unpublished until now,
and are added to make up the second CD of "A
Tebaldi Festival".
The scene from Norma starts
promisingly with Tebaldi’s voice ringing out
in her commands to the militant druids.
"Casta diva" goes quite well, smoothly
vocalized albeit without much light and shade.
"Ah, bello a me ritorno", however,
sounds hesitant, and whenever a brilliant run is
asked for, she has to slow down; it’s even
worse in Puritani, as if the speed on the record
has been lowered. Wisely, she doesn’t
attempt "Ah, non giunge" and leaves
Amina well and truly asleep. Then in the scene
for Abigaille from Nabucco, again the recitative
is full of darkness and power, the words really
felt, but the cabaletta is just a sketch. "O
don fatale" is the best, although she sounds
more like Azucena than Eboli.
Tebaldi sang just a handful of
songs in languages other than Italian (some of
them included on these CDs), otherwise she stuck
to her mother-tongue. Elsa in Lohengrin was one
of her favourite parts; she sang it often in
Italy between 1946 and 1955, including
performances in Florence under Horenstein, later
adding Elisabeth in Tannhauser (which she sang
with Karl Bohm in Naples); her Wagner repertory
also included Eva in Die Meistersinger, but not,
of course, Isolde. These Italian Wagner
performances, though, are immensely enjoyable,
her voice is so smooth and beautiful, and the
Liebestod suggests that she could have sung
Isolde (or Isotta I suppose). Tebaldi was so much
a creature of the theatre (she says that she
really hated the cold atmosphere of the recording
studio), that it immediately shows in the French
arias (in Italian), from Carmen and Samson. They
are fun to hear once or twice, but since she
never would, or could, have sung either part,
they are the Tebaldi equivalent of Callas’s
studio-only attempts at Marie in La fille du
regiment or Juliette – impossible to imagine
under any circumstances. Massenet’s Manon is
another story; this is a part she might have sung
and she sounds more at home.
For all its splendour, though,
the later Tebaldi voice doesn’t have the
seductive beauty of the 1950s. The two recitals
of Italian songs, rare in their LP form I should
think, can be recommended without reservation.
The repertory is interesting, including the
little-known song-cycle, La canzone dei ricordi
by Giuseppe Martucci, from which Tebaldi sings
three of the settings of poems by Pagliara.
Although dating from the 1880s, this must be the
most ‘modern’ music she ever sang.
Rossini’s Venetian regatta
songs are on both sets, with the original piano
accompaniment on the Double Decca set, and with
orchestral accompaniment conducted by Richard
Bonynge on the "Festival". Both
performances are delightful, the latter one
sounding slightly more playful. Tosti’s A
vucchella reappears as well, but here the earlier
version, slower more romantic, is preferable. The
1957 recital ends with a beautiful little Tuscan
folk-song, O luna che fa lume, sung with the
beauty of tone and directness one associates with
Tebaldi. The Festival set concludes with one of
her favourite encores from later days, "If I
loved you" from Carousel. It used to drive
the audience into a frenzy of adoration; that it
really doesn’t suit Tebaldi’s voice or
style is neither here nor there. Both sets are a
fine memorial to a much-loved artist, but the
earlier songs are more than that, exemplary
versions of bel canto song.
PO'C
This article is written
by Giancarlo Landini and was published in the
Italian magazine "L'opera".
Per festeggiare il 75°
compleanno di Renata Tebaldi, la Decca pubblica
un cofanetto di due compact disc. Presentato nel
Ridotto dei Palchi della Scala il 15 gennaio con
l’intervento del sovrintendente del teatro
milanese, Carlo Fontana, dei funzionari di Casa
Decca, di Fernando Battaglia, cui è toccato
l’onore della prolusione, e della stessa
Renata Tebaldi, più che mai in forma, ”A
Tebaldi Festival”, offre un programma
registrato nel 1969 e già pubblicato in vinile,
con l’aggiunta di cinque inediti, registrati
nel 1968.
Ascoltiamo: dal Tannhäuser,
”Salvo d’amor” e ”O! Vergin
santa”, dal Lohengrin il ”Sogno di
Elsa”, da Tristano e Isotta, ”Dolce e
calmo”, da Carmen, ”Habanera” e
”Quadri! Picche!”, dal Sansone e Dalila
”Sansone, anelante d’amore... Amor! i
miei fini proteggi” e ”S’apre a te
il mio cuore”, dalla Manon ”Ebben! Lo
degg’io!... Addio, o nostro picciol
desco”, ”Ahimé! L’augel... La tua
non è la mano che mi tocca?”. Questi brani
sono stati registrati con la New Philharmonia
Orchestra diretta da Anton Guadagno; nella Carmen
interviene l’Ambrosian Opera Chorus.
Si continua con:
dall’Aida, ”Ritorna vincitor!”,
dalla Bohème ”Quando men vo soletta”,
dalla Regata Veneziana di Rossini arrangiate per
orchestra, ”Anzoleta avanti la regata”,
”Anzoleta con passa la regata”,
”Anzoleta dopo la regata”,
”Granada”, ”Estrellita”,
”Catarì, Catarì”, ”A
vucchella”, ”Non ti scordar di
me”, ”If I loved you Carouse”.
Questi brani sono stati registrati con la New
Philharmonia Orchestra diretta da Richard
Bonynge.
Ed eccoci agli inediti: dalla
Norma, ”Sediziose voci... Casta diva
(Alfredo Mariotti è Oroveso); da I Puritani,
”O rendetemi la speme... Qui la voce sua
soave... Vien diletto”; dalla Sonnambula,
”Oh! se una volta sola... Ah! non credea
mirarti”; dal Nabucco, ”Ben io
t’invenni... Anch’io dischiuso... Salgo
già del trono aurato”; infine dal Don
Carlo, ”O don fatale”.
Questi brani sono stati
registrati con l’Orchestre National
dell’Opera di Montecarlo (nella Norma
interviene il Coro lirico di Torino diretto da
Ruggero Maghini) diretta da Fausto Cleva.
Fedele ad una tradizione
gloriosa, di cui la Tebaldi può essere
considerata l’ultima insigne erede, i brani
wagneriani vengono eseguiti in italiano. Se su
questa scelta culturale si può opinare, non si
può discutere sull’altezza dei risultati
artistici, che devono essere considerati di prima
grandezza. Di Elisabetta la Tebaldi possiede
prima di tutto il timbro. Il colore della sua
voce è atteggiato infatti ad una muliebre
compostezza, che ha in sé il sapore della
dignità e della bellezza spirituale.
L’emissione morbida e rotonda, ma piena e
vibrante è favorita dalla tessitura che insiste
tra il fa3 e il mi4 e che permette alla Tebaldi
momenti di estasi. Né si dimentichi
l’attenzione alla dinamica del suono, con un
gioco di sfumature di altissima scuola. Valga
come esempio la prima frase, dove il si di
”te” nella frase ”io riedo a
te”, è un dolce piano che riprende
l’indicazione prescritta da Wagner in
orchestra e che dipinge la personalità
intemerata del personaggio. Nella preghiera
dell’ultimo atto, ”Oh Vergin
santa”, la Tebaldi è perfetta. È giusto il
colore, è mirabile l’accento, è calibrato
il fraseggio, è da manuale la dinamica. Si
presti attenzione alla rigorosità con cui la
cantante realizza le forcelle di crescendo e di
diminuendo in corrispondenza di
”gemente”, il diminuendo di ”volgo
il cor”, l’aumentando di ”turbato,
da te il mio cor”. Non si dimentichi la
realizzazione del ”pp” su
”m’accogli nel tuo sen” e si
presti attenzione al risultato espressivo che
ottiene dal passaggio fa-sol-sol di ”in
eterno”.
Il miracolo si rinnova con
”Il sogno di Elsa”. Al di là dei
numerosi passaggi da manuale (ci vorrebbe il
capitolo di un libro per descriverli tutti), la
Tebaldi coglie il requisito primo che occorre per
eseguire questa pagina: il timbro estatico, il
colore del sogno, necessario per creare il clima
di sospesa aspettazione. Grazie alla patina
onirica che viene conferita alla melodia,
l’evocazione dell’argenteo cavaliere,
”Cinto d’usbergo e maglia”, brilla
di una magica forza. Non mi sembra di ricordare
alcuna specialista dell’area anglosassone
capace di arrivare a tanto. Dopo un ragguardevole
finale del Tristano e Isotta, che pure non
possiede l’incanto dei brani precedenti, si
ascoltano le pagine francesi, eseguite
rigorosamente in italiano.
L’Habanera è risolta con
sicurezza, senza però la carica erotica che
l’ipnotica melodia di Bizet possiede. È
più interessante la ”Scena delle
carte”, la cui tessitura viene padroneggiata
con sicurezza dalla Tebaldi.
Spiace però quel sottolineare
le note della regione centro grave con suoni
affettati. Il fa conclusivo risulta sguaiato. È
il retaggio di un gusto verista, di un modo di
intendere il personaggio di Carmen francamente
datato e non più rispondente alle esigenze
moderne. La stessa osservazione si può estendere
ai due pezzi di Dalila, dal Sansone e Dalila. Non
v’è dubbio che la Tebaldi padroneggi con
sicurezza la scrittura delle due pagine. La
dolcezza del suo timbro, benchè carente nei
colori dell’erotismo e della seduzione,
disegna con morbidezza le volute della melodia di
”Ah! rispondi a’miei deliri”. Mi
chiedo però per quale motivo quando la tessitura
scende nell’ottava centro grave, la Tebaldi
si senta in dovere di sottolineare i suoni con
emissioni corpose, di gusto verista, francamente
datato. I due brani della Manon riconfermano la
bontà del canto della Tebaldi. Il secondo mette
in risalto che la corda della seduzione non è
quella più congeniale alla celebre cantante. Va
però messo in risalto che supera le difficoltà
della pagina (è il caso del sib acuto, seguito
dalle tre quartine di sedicesimi, in
correspondenza di ”Quella più non son?) con
salda e sicura professionalità. Allo stesso modo
bisogna sottolineare l’arte del fraseggio
che è senza dubbio un altro merito della
Tebaldi. Da vera cantante di grande scuola sa
dire le frasi, non fa mai accademia e piega a
fini espressivi anche la difficile scansione
ritmica di Massenet.
Il monologo di Aida riconferma
i meriti della Tebaldi in questo ruolo verdiano,
che è stato tra i suoi cavalli di battaglia. Di
questa pagina però si possono trovare letture
più riuscite in precedenti incisioni della
Tebaldi a cominciare da quella prima edizione
completa con Mario Del Monaco.
Il valzer di Musetta è una
curiosità. Nei pezzi della ”Regata
veneziana” i filologi arricceranno il naso
per l’arrangiamento orchestrale. In realtà
i pezzi risultano piacevolissimi e la Tebaldi è
maestra nell’espressione. Ecco ancora
l’arte del fraseggio, grazie alla quale la
cantante disegna delle vivide scenette, tutte
sottolineature e ammicchi, assai appropriati.
Credo che ”Granada” stia meglio sulla
bocca di un tenore, al quale peraltro meglio si
addice anche ”A’vucchella”.
Lascerei ”Non ti scordar di me” a
Beniamino Gigli, per arrivare in fretta agli
inediti. Inutile negarlo sono la ghiottoneria del
disco. Sono fatti per eccitare la curiosità dei
melomani. I tebaldiani si prepareranno
all’ascolto ansiosi, in attesa di nuove
conferme. Gli ”altri” non vedranno
l’ora di trovare nuove prove delle loro
convinzioni.
Procediamo con ordine.
All’epoca di queste incisioni la voce della
Tebaldi non aveva più la freschezza del decennio
precedente. Questo incide sul risultato
complessivo. Il lungo recitativo di Norma è
risolto con un timbro tagliente, un accento che
si sforza lodevolmente di essere ieratico e
solenne, sacerdotale. Tutto è eseguito con la
più rigorosa precisione, con la consueta
professionalità. Ma la Tebaldi possiede lo stile
coturnato che i recitativi belliniani richiedono?
Suona senza dubbio migliore ”Casta
diva”. La natura lirica della voce della
Tebaldi può effondersi con naturalezza. La
coloratura è appropriata e, specie quando la
tessitura gravita entro il rigo, l’effetto
è suggestivo. È risolto in modo corretto anche
il passo assai difficile (”croce e
delizia” di ogni soprano) con i la bemolli
ripetuti e la conseguente manovra che porta la
voce al si bemolle, prima di ricadere in morbide
volute di coloratura. Trovarvi difetti sarebbe
partigianeria.
Se poi la voce della Tebaldi ed
il suo stile siano adatti per tracciare il nitore
lunare dell’incantata melodia è
un’altra questione. Semmai si rimpiange che
la Tebaldi non abbia intrapreso il repertorio
belcantistico del primo romanticismo italiano,
dove la sua voce di velluto avrebbe potuto
anticipare gli esiti della Caballé e dare
letture superlative di molti spartiti
schiettamente lirici. Purtroppo il punto debole
di questa esecuzione è la cabaletta, dove la
Tebaldi non ha la souplesse richiesta ad un
soprano drammatico di agilità, quando affronti
questo tipo di coloratura.
Analoghe osservazioni valgono
per la ”Scena della pazzia” di Elvira.
Lodevole il cantabile, dove la voce della Tebaldi
si muove nel suo elemento naturale, francamente
brutta la cabaletta dove la coloratura non
possiede affatto lo slancio rapinoso,
l’estasi lunare che la pagina e la
tradizione richiedono.
Il finale della Sonnambula, di
cui non è stata registrata la cabaletta, è il
pezzo che abbiamo meno gradito. L’esecuzione
è precisa, attenta. I diversi passaggi sono
risolti con consueta professionalità, ma non ci
sembra che la Tebaldi abbia lo stile che questa
pagina richiede, il tono ”naïve”,
l’incanto del personaggio. È singolare la
contraddizione che si coglie tra il risultato
magico del ”Sogno di Elsa” e la
monotonia espressiva di questo finale belliniano.
Più interessante la grande
scena di Abigaille dal Nabucco di Verdi. Il lungo
recitativo che precede il cantabile è affrontato
d’impeto e di slancio. In ossequio alla
tradizione la Tebaldi martella le note con forza,
si lancia sugli acuti, che ghermisce impavida ed
esegue, senza colpo ferire, il salto di due
ottave previsto da Verdi. È un ”tour de
force” che ribadisce la sicurezza dei mezzi
e della tecnica, ma che sotto il profilo dello
stile non convince. Di grande livello invece
risulta il ”Cantabile”,
”Anch’io dischiuso un giorno”.
Ecco di nuovo la grande Tebaldi. L’elemento
lirico esalta la sua voce, la dolcezza permette
ai suoi colori precipui di brillare. Quando poi
la tessitura si colloca nel rigo si sfiorano
ancora risultati magici. Si ascolti la
figurazione di trentaduesimi in corrispondenza di
”intorno”. Questa è la voce di un
angelo.
L’osservazione mi permette
una parentesi. Ogni tanto qualcuno si affanna a
dimostrare che la famosa definizione di
Toscanini, ”voce d’angelo”,
sarebbe un equivoco. Essa sarebbe stata
pronunciata durante le prove del ”Te
Deum” di Verdi, in cui la Tebaldi doveva
sostenere la parte dell’Angelo. Perciò il
Maestro non avrebbe voluto intendere che la
Tebaldi aveva la voce angelica, ma che la Tebaldi
era la voce dell’Angelo, cioè del
personaggio previsto dalla partitura. Io non so
che cosa sia veramente successo a quelle prove e
a che cosa alludesse il Maestro. Credo però che
nel 1946 la Tebaldi avesse veramente la voce di
un angelo, dal momento che nel 1968, dopo oltre
vent’anni di carriera in un repertorio
durissimo, la Tebaldi conserva ancora momenti
francamente angelici, di una bellezza
paradisiaca. Chi lo nega è un bugiardo.
È indubbio che il tono
angelicato non viene conservato per tutto il
”cantabile”. Senza dubbio i melismi in
corrispondenza di ”incanto mi torna”
sono meno liquidi della figurazione prima citata.
La tessitura si innalza e il timbro diventa meno
morbido. È anche inutile e facile notare che
questi passi dimostrano l’estraneità della
Tebaldi allo stile del primo Ottocento. Ma invece
di sottolineare i limiti, mi piace mettere in
risalto le perle, che pure l’esecuzione
contiene a rammaricarmi che la Tebaldi non abbia
abbracciato il belcanto, continuando gli
esperimenti dell’Assedio di Corinto o della
Giovanna d’Arco (si ascolti a questo
proposito ”Sempre all’alba” inciso
nel 1964 in un recital Decca diretto da Oliviero
De Fabritiis).
Se la Tebaldi avesse scelto il
repertorio del primo Ottocento, avremmo potuto
ascoltare l’erede naturale della Frezzolini.
Avremmo potuto ascoltare un autentico soprano
romantico di scuola italiana che rispetto alle
pur grandi straniere distintesi nel manipolo
belcantistico attivo negli anni Settanta
possedeva un dono prezioso: la sorgiva
naturalezza di un canto spontaneo che l’arte
ha reso ammirevole. Voglio dire insomma che la
Tebaldi era una voce in natura disciplinata dalla
tecnica, non una voce costruita sulla tecnica, ma
priva di una fragranza naturale. Lo si coglie
anche in questi inediti ed anche nei momenti
francamente meno riusciti.
È il caso della cabaletta di
Abigaille con quegli estremi acuti faticosi e
decisamente brutti.
A conti fatti però sarebbe
stato meglio lasciare questi inediti negli
scaffali degli archivi sonori. Non aggiungono
nulla all’arte della Tebaldi, semmai le
tolgono qualche cosa. Certamente fanno nascere
dei rimpianti.
Ottima l’incisione. Da
leggere le note, quelle di Alan Blyth e Aldo
Nicastro.
Giancarlo Landini,
L’opera, N. 106, Marzo 1997
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Tilaa

Renata Tebaldi,
soprano
New Philharmonia
Orchestra
Anton Guadagno
Richard Bonynge
Orchestre National
de l'Opéra de
Monte-Carlo
Fausto Cleva
Wagner, Bizet,
Saint-Saëns,
Massenet,Puccini, Rossini, Lara,
Ponce,Cardillo, Tosti, De Curtis,
Rodgers, Bellini, Verdi
Decca 452 456-2
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